Per la prevenzione dell’ictus in Italia si può fare di più. E i punti critici da risolvere sono elencati in un documento di prossima pubblicazione, frutto di un ampio tavolo interdisciplinare sul tema coordinato da Francesco Perticone, Professore ordinario di Medicina Interna presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro e Presidente della Società Italiana di Medicina Interna (Simi) grazie al contributo incondizionato di Daiichi Sankyo Europa.
Scarsa percezione, anche nella classe medica, della relazione tra fibrillazione atriale e ictus, forte diseguaglianza nell’accesso alle terapie che possono prevenirlo tra Nord e Sud, e sottoutilizzo dei farmaci anticoagulanti, più sicuri e maneggevoli, con un mancato risparmio di 230 milioni di euro l’anno per il Ssn. Sono questi alcuni importanti punti deboli emersi dal dibattito che ha coinvolto esperti tra le più importanti società scientifiche, associazioni di pazienti, enti regionali, e farmacoeconomisti.
Il primo passo per la prevenzione dell’ictus è quello di non trascurare il legame con la fibrillazione atriale. Nel nostro Paese, circa 36mila dei 200mila casi di ictus ogni anno sarebbero imputabili alla fibrillazione atriale e si stima che nel corso della vita circa 1 persona su 3 affetta da fibrillazione atriale vada incontro a un ictus cerebrale. Nonostante le linee guida internazionali raccomandino l’utilizzo della terapia anticoagulante come prevenzione dell’ictus nei pazienti affetti da fibrillazione atriale, la percentuale dei soggetti a rischio a cui viene prescritta è solo del 55 per cento, e ancora inferiore nei soggetti di età maggiore dei 75 anni. Eppure il corretto utilizzo dei nuovi farmaci permetterebbe un risparmio al Servizio Sanitario Nazionale di circa 230 milioni di euro l’anno, poiché i costi iniziali più elevati verrebbero compensati da una riduzione delle ospedalizzazioni e cure a seguito di ictus acuti. Inoltre le cure per la fibrillazione atriale non sono garantite in modo uguale a tutti cittadini sul territorio.
Il Sud è il fanalino di coda. Nel meridione sono circa 170 mila i pazienti ad alto rischio che non ricevono la prescrizione di una cura adeguata, pari a circa un caso su due. Al Nord e al Centro Italia, invece, i malati ricevono la terapia più adatta nel 60 per cento dei casi e la maggioranza la segue per il tempo necessario e senza fare errori.
Il documento prodotto dal tavolo interdisciplinare, oltre ad una puntuale analisi dello stato dell’arte dell’anticoagulazione in Italia, presenta alcune proposte per migliorare la gestione del paziente con fibrillazione atriale, da attuare soprattutto nelle regioni meridionali: campagne di screening mirate alla sensibilizzazione della popolazione, definizione di percorsi formativi per potenziare l’appropriatezza terapeutica, sviluppo di modelli di reti hub-spoke delle Stroke Unit, definizione di nuovi modelli gestionali per il follow-up dei pazienti in terapia anticoagulante che passano dalla profilassi terapeutica con gli antagonisti della vitamina K (Vka) ai più maneggevoli anticoagulanti orali diretti (Doac), coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni pazienti e, infine, una regia nazionale che dia indicazioni precise e omogenee su tutto il territorio nazionale.
Fonte: HD HealthDesk, redazione, 29 Luglio 2016